Il triangolo del potere che strangola il medio oriente

‘Il triangolo vizioso – tiranni, terroristi e l’occidente’, Laterza 2018, è un libro più che interessante, direi addirittura necessario, per almeno 3 motivi. Il primo e più evidente è senz’altro il fatto che finalmente ci propone il punto di vista delle popolazioni arabe stritolate nella morsa ‘viziosa’ del triangolo di poteri che da il titolo al libro. L’autore infatti, il quarantenne Iyad El Baghdadi che si autodefinisce musulmano libertario (e da non confondere, con il vizioso, quello sì, quasi omonimo Abu Bakr capo dell’Isis – come è già successo, ad esempio quando sono stati oscurati gli account social di Iyad a causa di questo equivoco) è un attivista di origine palestinese (nonno cacciato da Jaffa nel 1948) nato in Kuwait e cresciuto negli Emirati Arabi Uniti, da dove è stato espulso senza tanti complimenti quando nel 2011 la sua voce che commentava e analizzava gli eventi della primavera araba ha cominciato a riscuotere sempre più interesse sui social. L’espulsione e l’apolidia, tuttavia, gli hanno permesso di ottenere asilo politico in Norvegia, dove tutt’ora vive e dove ha potuto trovare condizioni più favorevoli per comunicare con maggiore efficacia e senza dubbio maggiore sicurezza le sue idee e le sue analisi. Il libro dunque raccoglie e sistematizza il pensiero politico elaborato in anni di mediattivismo, riflessione e partecipazione dall’interno alle vicende del parte più tormentata del pianeta. Prima sorpresa: esiste un pensiero originale e attuale arabo su quanto sta succedendo, e no, non coincide affatto con la visione jihadista.

Iyad El Baghdadi

Il secondo motivo di interesse sta ovviamente nei contenuti del libro: la tesi dell’autore, elaborata in anni di osservazione e analisi e esposta in modo molto convincente e ampiamente suffragato da esempi della storia recente, è che nei paesi arabi, praticamente nessuno escluso, si è incrostato un sistema di potere dispotico e talmente forte da apparire inattaccabile perché si apoggia su tre pilastri  che si alimentano l’un l’altro, talvolta inconsapevolmente, talvolta con cinica e calcolata lucidità, rappresentati appunto dai tre corni del triangolo perverso, i despoti al governo, i terroristi che cercano di contenderne il potere e le potenze occidentali che si appoggiano cinicamente ora agli uni ora agli altri a seconda degli equilibri geostrategici e degli interessi in gioco. In questo sistema perverso la popolazione rimane stritolata. Come si regga il triangolo perverso (che mi sembra traduzione migliore dell’anglicismo ‘vizioso’) Baghdadi lo spiega bene presentando alcuni case study paradigmatici. Ci spiega ad esempio come il tiranno siriano sia riuscito a resistere allo scossone che veniva dalla società civile polarizzando consapevolmente e cinicamente lo scontro, avviandolo verso la guerra civile al fine di lasciare spazio solo all’opposizione jihadista, in modo da restringere la scelta tra lui o loro; nello stesso modo i jihadisti si sono imposti proprio in quanto unico fronte capace di reggere lo scontro armato con la dittatura. La stessa cosa, su scala meno sanguinaria per fortuna, è avvenuta in Egitto: più il governo issato al potere dal golpe militare si fa dispotico, ad esempio con l’eccidio di agosto 2013, più si fa strada il sentimento che un’opposizione non violenta non possa avere spazio e di conseguenza più si alimenta l’opposizione jihadista, che a sua volta regala su un piatto d’argento al governo la giustificazione per agire in modo ancora più dispotico, dato che afferma di farlo “per la sicurezza”. Il caso dell’Iraq illustra molto chiaramente come sia stato proprio il dittatore più antimperialista di tutti i paesi arabi  ad attirarsi in casa la più devastante invasione della storia recente, mentre lo studio comparato della prima e della seconda intifada palestinese suggeriscono che opposizione violenta e risposta armata tendono ad alimentarsi a vicenda dando fiato agli argomenti dei falchi più estremisti in ciascuno degli opposti schieramenti.

Dunque i tiranni hnno bisogno dei terroristi per giustificare il proprio autoritarismo così come le organizzazioni jihadiste traggono legittimazione proprio dalla brutalità dei regimi a cui dicono di opporsi, mentre per le potenze occidentali è fin torppo facile prendere a pretesto ora i regimi brutali ora il terrorismo, a seconda della convenienza, per proseguire le loro politiche neocoloniali.

In mezzo a questo triangolo infernale vivono le popolazioni arabe. Spoliate, silenziate, represse e – oltre il danno la beffa – disprezzate in quanto descritte come arretrate e ‘incompatibili con la democrazia‘. E’ stata proprio la presa di parola da parte di queste popolazioni nel 2011, e in particolare della loro componente più giovane e istruita, a ribaltare questa visione e a indicare una possibile via d’uscita, e anche se la sinergia perversa del triangolo del potere è riuscita ancora una volta a prevalere, sebbene con costi altissimi in termini umani e sociali, la partita non è ancora conclusa e una nuova consapevolezza si va diffondendo anche grazie a giovani e consapevoli attivisti come El Baghdadi e la voglia di non arrendersi che i giovani arqbi stanno dimostrando anche in questi giorni ad esempio in Algeria.

Lorenzo Declich

Vi è poi una terza ragione che rende interessante e originale questo libro, ed è che per una volta l’edizione italiana è stata la prima a vedere la luce per un testo, pensato in arabo e scritto in inglese, che sembra destinato ad una ampia diffusione nel mondo. E questo inconsueto primato lo dobbiamo aalla sensibilità di uno studioso attento come Lorenzo Declich che l’ha curata.

Recensione di Antonella Selva

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