Dentro lo specchio della letteratura omoglotta

Omoglotta. Così viene definita, con un neologismo coniato all’interno degli studi postcoloniali, la letteratura prodotta da autori nativi nei paesi ex colonizzati utilizzando la lingua dei colonizzatori. Va da sé che sia un fenomeno eminentemente anglofono e francofono: rimanendo nel campo della lettaratura italiana, non sono molti e non molto noti gli autori africani che utilizzano la nostra lingua. Per essere sincera mi viene in mente solo Shirin Ramzanali Fazel, scrittrice somala formata nella scuola italiana di Mogadiscio, oggi residente in Inghilterra dopo aver vissuto in Italia, Zambia, USA, e certo il suo romanzo Nuvole sull’equatore, bildungsroman di una bambina meticcia figlia dell’occupazione italiana, meriterà prossimamente l’attenzione di questa rubrica (anche se ormai fuori catalogo). E tuttavia, se estendiamo la definizione di letteratura omoglotta alla produzione letteraria in italia di autori non nativi, il panorama si fa estremamente vivace e interessante e qui forse più che altrove.

Amara Lakhous è uno di questi, ma la definizione di autore non nativo non rende giustizia alla sua complessità: nato ad Algeri nel 1970 da famiglia berbera, è immigrato in Italia nel 1995 dopo aver ricevuto diverse minacce di morte per la sua attività di redattore radiofonico, ottenuto l’asilo politico e ha vissuto a Roma (nel quartiere Esquilino) per circa 20 anni, laureandosi in sociologia dopo gli studi filosofici condotti in Algeria, prima di proseguire il suo viaggio per approdare nel 2015 a New York. Plurilingue da sempre essendo berberofono di nascita, arabofono per osmosi ambientale e francofono per scolarizzazione, si ritiene adottato dalla lingua italiana. Altre volte si definisce un poligamo delle lingue in quanto ne ama e ne frequenta diverse contemporaneamente, e come stupirsi che si senta particolarmente attratto dai dialetti, anima di quella lingua di carne che lui predilige, contrapponendola alla lingua di carta?

Leggendo autori non nativi come Lakhous ci si sente proiettati in un gioco di specchi dove a vacillare sono i riferimenti identitari stessi, ma questo gioco assomiglia in modo inquietante al mondo reale restituendo alla letteratura la sa funzione più nobile. Lakhous gioca sapientemente con il lettore usando un’ironia leggera e crudele allo stesso tempo, ottenendo situazioni grottesche semplicemente portando alle estreme conseguenze i luoghi comuni, sorprendendoci con ciò che in realtà abbiamo sempre avuto sotto gli occhi, velando e svelando di continuo l’ignoto che si cela nella quotidinità di un quartiere di immigrazione come l’Esquilino, insomma divertendosi alle nostre spalle con i nostri pregiudizi.

In un certo senso potremmo dire che la novità della letteratura di Lakhous, come più in generale la letteratura omoglotta di buon livello, compie un’operazione allo stesso tempo semplicissima e di portata epocale: trasforma noi bianchi da soggetti che osservano il mondo a oggetti che sono osservati da qualcuno che si è fatto soggetto attrverso la nostra stessa lingua.

Un semplice scambio, ma capace di ribaltare l’ordine mondiale.

I libri in italiano di Lakhous sono tanti: con Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, 2010, ha ottenuto il premio Flaiano, ad esso sono seguiti Un pirata piccolo piccolo nel 2011, Divorzio all’islamica a viale Marconi nel 2012, La zingarata della verginella di via Ormea e Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario nel 2014. Poi, quando si sono capite le potenzialità dell’autore, ce lo hanno fregato gli americani.

Recensione di Antonella Selva

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